26 ottobre 2015

Considerazioni sulla decisione Enel di non applicare lo sconto sull’energia elettrica


La decisione unilaterale dell’Enel di non applicare più dopo il 31 dicembre 2015 la riduzione tariffaria sull’energia elettrica agli ex dipendenti in pensione e loro superstiti titolari di assegno di reversibilità ha suscitato indignazione e allarme tra gli interessati. Com’è noto, il diritto alla riduzione deriva dai contratti collettivi che regolavano il rapporto di lavoro dipendente al tempo in cui i soggetti beneficiari prestavano servizio presso l’Enel. 

Proviamo a fare alcune considerazioni sugli aspetti formali e di merito della questione, che interessa decine di migliaia di pensionati.
Il primo aspetto riguarda la scelta dell’Enel di inviare la disdetta alle Organizzazioni sindacali. Si tratta di una scelta contestabile sul piano giuridico, perché, secondo il parere di un esperto, la disdetta non è opponibile agli ex dipendenti e loro aventi causa. Il beneficio non può essere oggetto di contrattazione collettiva, trattandosi di un diritto acquisito individuale entrato nel patrimonio di ogni pensionato.
E veniamo al merito. L’Enel motiva la sua scelta di non erogare lo sconto dopo il 31 dicembre 2015, richiamando sia la crisi economica, che si ripercuote sui costi del settore elettrico, e sia il venir meno della copertura economica da parte dello Stato degli oneri a carico delle imprese elettriche per l’erogazione dello sconto, per effetto della legge 11 agosto 2014, n. 116.
È del tutto evidente che entrambe le argomentazioni sono pretestuosamente utilizzate dall’Enel per giustificare la sua decisione di sottrarsi agli obblighi verso gli ex dipendenti. La crisi economica, che - detto per inciso - si riflette anche e soprattutto sui pensionati, non giustifica l’eventuale pretesa dell’Enel di chiamare gli ex dipendenti a contribuire all’alleggerimento dei costi del settore elettrico, espropriandoli sic et sempliciter del loro diritto. Si tratterrebbe di trasferire sui pensionati un onere che riguarda esclusivamente le aziende che operano in tale settore, tra le quali l’Enel, che peraltro - a quanto risulta - è l’unica ad aver deciso di sopprimere lo sconto in questione.
Improponibile appare poi il riferimento alla citata legge 116. Come abbiamo già scritto su questo blog commentando detta legge, il venir meno della copertura pubblica dell’onere sostenuto dalle imprese per l’erogazione dello sconto non implica assolutamente che le imprese stesse possano ritenersi esonerate dall’obbligo di sostenerlo in proprio, come peraltro già avveniva in origine. Per capirci meglio, la legge non autorizza l’Enel a riversare l’onere sui pensionati; abolisce semplicemente la compensazione dell’onere stesso da parte dello Stato, di cui prima beneficiavano le imprese elettriche (tra cui l'Enel) attraverso la sua inclusione tra i costi per la determinazione della tariffa da praticare ai clienti del settore c.d. di maggior tutela. Onere, che per effetto della legge 116, ritorna quindi a ricadere sulle imprese elettriche, che lo avevano assunto a suo tempo sottoscrivendo i contratti collettivi di lavoro.
Ad ulteriore sostegno della sua linea, l’Enel evidenzia nella lettera di disdetta che tali benefici (la riduzione tariffaria) “non sono più riconosciuti da tempo ai dipendenti in servizio”, omettendo però di aggiungere che ciò è avvenuto dietro adeguata compensazione a favore dei dipendenti. Omissione a parte, non è questo un motivo sufficientemente valido per sottrarsi di punto in bianco all'obbligo di applicare la riduzione tariffaria agli ex dipendenti aventi diritto.

Anche la risposta delle Organizzazioni sindacali destinatarie della disdetta, chiamate in causa dall’Enel, nell’evidenziare che la disdetta stessa “non è rispettosa di quel proficuo sistema di relazioni industriali, da sempre seguito in Enel”, non manca di fare, per quanto riguarda il merito della questione, rilievi sostanzialmente analoghi a quelli prima esposti.

La legittima reazione degli interessati ha aperto un accesso dibattito, che si è sviluppato particolarmente sui social network. Tale dibattito, lungi dall’esaurirsi, prelude a una dura vertenza, atteso che gli interessati sono fermamente decisi a contrapporre una strenua difesa a tutela del loro diritto.
Appare dunque chiaro che ogni tentativo di chiudere la questione in danno degli ex dipendenti e loro aventi causa sarebbe contrastato duramente, con il rischio di trasferirla nelle aule giudiziarie dando luogo a migliaia di vertenze legali.

Non pensiamo che questa sia l’ipotesi migliore, da praticare ad ogni costo; ma sappiamo bene che ciò si potrà evitare solo attraverso una soluzione equa e giusta, rispettosa del diritto degli ex dipendenti. La volontà di ricercarla - se si manifesterà - sarà un concreto segnale per svelenire una vertenza molto complessa.  

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